San Gennaro

A Napoli, il 19 settembre, il Duomo si riempie molto prima dell'alba. Ci sono le signore delle prime file, quelle che ogni anno occupano lo stesso posto e si chiamano per nome.
Ci sono i ragazzi in fondo, arrivati per curiosità o per accompagnare una nonna. E c'è un'ampolla di vetro, custodita da secoli, che la città guarda come si guarda una persona di famiglia.
Poi comincia l'attesa.
Può durare pochi minuti oppure ore. Nessuno lo sa in anticipo, e questa è forse la parte più misteriosa. Per tutto quel tempo migliaia di persone restano in silenzio a fare la stessa identica cosa: sperare insieme.
Il miracolo si giochi lì, in quell'intervallo. Nello spazio sospeso tra il dubbio e la fiducia, dove una comunità intera decide di credere nello stesso istante e nella stessa cosa.
È un'energia che nessuno ha disegnato e che nessuno controlla, eppure tiene in piedi una città. Tutta. Anche quelli che quel miracolo lo guardano con sospetto.
Serve una certa disciplina per restare capaci di stupirsi. Servono radici profonde, quelle che ti fanno sentire parte di qualcosa che era già qui prima di te. E serve una curiosità leggera, che guarda oltre i dogmi e continua a cercare il senso delle cose.
Certi anni l'attesa si allunga e l'ansia si fa sentire. Va bene anche così.
Perché quando la folla esce dal Duomo, quello che si porta a casa non sta dentro l'ampolla. Sta nell'aver aspettato insieme, e creduto insieme, ancora una volta, alla stessa cosa e nello stesso istante.


