Treni regionali
Aggiornamento: 1 giorno fa

L'altro giorno tornavo a casa.
Traffico fino alla stazione, i treni veloci fermi. Restava solo il regionale. Quello che si ferma ovunque.
Il sedile era di finta pelle, tiepido di chi era sceso prima di me. Il vetro freddo contro la tempia. Ad ogni fermata i freni stridevano piano, un fischio lungo, poi le porte si aprivano con un sospiro e lasciavano entrare l'aria di fuori: odore di ghiaia bagnata, di pioggia appena smessa, di un bar che stava abbassando la saracinesca.
Stazioni di cui non avevo mai sentito il nome. Una panchina verde scrostata. Un lampione già acceso. Un uomo con la giacca sulle spalle che fumava l'ultima sigaretta prima di salire.
Voci. Storie. Sorrisi.
Davanti a me una signora sbucciava un'arancia lentamente, senza rompere la buccia. L'odore ha riempito il vagone in un attimo, dolce e pungente.
Fuori dal finestrino passavano pezzi di terra che non avevo mai notato. Un orto dietro una casa, con i pali dei pomodori ormai spogli. Un campo appena arato, la terra scura e lucida. Un bambino in bicicletta lungo una strada sterrata, che per qualche secondo ha corso con noi, e poi si è fermato a salutare.
Squarci di gioia, piccoli, che il treno veloce non mi aveva mai lasciato vedere.
Non ho guardato l'orologio, nemmeno una volta. Nessuno lo guardava.
Guardavo le persone. Le mani strette sui manici delle borse. Due anziani che parlavano in dialetto di un cugino che non vedevano da anni.
Da due parole rubate immaginavo una vita intera. Chi aspettava qualcuno. Chi tornava da un addio. Chi rientrava semplicemente dal lavoro, come ogni giorno.
E il tempo rallentava, al ritmo del ferro sulle rotaie.
Non avevo fretta.
Ogni tanto, se puoi, prendi il treno regionale, quello che si ferma ovunque.
Arriverai lo stesso.
Solo, avrai visto di più.


