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Le ultime volte

12 ott
Tempo di lettura: 1 min
Illustrazione della lettera «Le ultime volte» di Letters to a Daughter

C’è stata un’ultima volta in cui ti ho presa in braccio.


Non so quando sia stata. Non ho una data, una foto, un ricordo preciso. È successa in mezzo a un giorno qualunque, tra una corsa al lavoro e una cena da preparare. E nessuno dei due se n’è accorto.


Le prime volte, invece, le ricordiamo. Il primo giorno di scuola. Il primo lavoro. La prima casa. Arrivano annunciate, preparate, fotografate.


Le ultime volte no. Passano vestite da giorni normali.


Ci penso ogni tanto. A quante cose finiscono così, senza fare rumore. Un’ultima serata con gli amici dell’università.


Un ultimo pranzo con una persona che ti ha insegnato tanto.


Un ultimo Natale in una casa che, poco dopo, non sarà più la stessa.


Nessuno di questi momenti ti avverte.


Non c’è un segnale. Non c’è una frase diversa dalle altre. Solo un giorno qualunque.


Lo capisci dopo. A volte anni dopo. Quando provi a ricordare quando sia stata l’ultima volta e trovi solo un punto sfocato.


Siamo convinti che le cose importanti debbano sembrare importanti. Invece spesso scivolano via in silenzio, mescolate a tutto il resto.


Non ti dico di vivere ogni momento come se fosse l’ultimo. È una frase troppo grande, e nessuno ci riesce davvero.


Ti dico una cosa più piccola.


Ogni tanto, resta un secondo in più. Guarda chi hai davanti. Ascolta meglio. Stringi un po’ più forte.


Quel secondo non cambia la giornata. Cambia quello che ne resta.


Perché l’ultima volta di qualcosa, quasi sempre, assomiglia a oggi.

 
 

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