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Un centimetro di cielo

  • 22 ago
  • Tempo di lettura: 1 min

Ci sono uomini che trascorrono un tempo infinito dentro un centimetro di cielo.


Ne ho conosciuto uno. Restaurava la volta di una chiesa sconsacrata del paese vicino; ci avrebbero fatto una sala di musica. Lavorava sdraiato su un’impalcatura, con il viso a quaranta centimetri dall’intonaco. Un pennello finissimo. Una lente. Una lampada che scaldava troppo.


Conosceva quel blu come nessun altro.


Sapeva che veniva da una pietra portata dall’Afghanistan, macinata e lavata sette volte. Sapeva dove il pittore, secoli prima, aveva calcato con più intensità. Sapeva riconoscere il punto in cui si era fermato, esattamente lì dove il colore si era asciugato creando uno strato sottile.


Conosceva profondamente quell’angolo di cielo.


Sei mesi così. Al mattino saliva. Alla sera scendeva con le mani sporche e la schiena dolorante. E il giorno dopo ricominciava. La sua giornata era racchiusa lì, in quello spazio.


Poi smontarono l’impalcatura.


Ci misero tre giorni. Tubi, assi, polvere che si disperdeva piano nella luce. Lui rimase in fondo alla navata, appoggiato a una colonna, ad aspettare.


Sollevò lo sguardo.


C’era una donna con i capelli neri, la pelle olivastra, orecchini d’oro. Una gitana. Un punto di luce che squarciava e scaldava l’immensità del blu. La scia di una cometa in un cielo volutamente lasciato arido, privo di stelle. Dove ciascuno poteva immaginare il suo astro.


E quando la luce si spostava e quell’affresco sembrava diverso. Ma sempre meraviglioso.


Il suo blu era lì dentro, da qualche parte.


Il restauratore restò nella navata fino a sera. Girava intorno, si spostava di qualche passo, tornava indietro. Cercava il suo pezzo.


Era lì, ma non lo trovò.



 
 

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