Speaking
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Aggiornamento: 2 ore fa

Più di cento anni fa, sei degli otto fratelli del tuo bisnonno Giovanni salirono su una nave.
Non so cosa si dissero quella mattina. So solo che partirono in sei e che due rimasero. Immagino la paura vestita da coraggio. Il porto. Il fumo e il rumore assordante dei motori. Gli ultimi abbracci sospesi.
Il pensiero da togliere il fiato che quel saluto potesse essere l’ultimo.
Cominciarono una vita nuova a New York. Qualcuno fece fortuna, qualcuno meno. Tutti misero radici lì.
Da noi arrivavano i pacchi. Vestiti piegati con cura e, tra le pieghe, i dollari nascosti. Qualche lettera. Qualche foto. E quell’odore che avevano le cose arrivate da lontano.
Il nonno ce lo raccontava con quel misto di orgoglio e di nostalgia che hanno le cose troppo lontane per essere spiegate.
Ogni tanto squillava il telefono: arriva un cugino, vuole vedere la “farm”.
Nessuno diceva “fattoria”. Per noi era semplicemente la farm.
E noi nipoti, quelli nati da questa parte dell’ oceano , tutti in fila ad accoglierlo. Le magliette piene di stickers. La cioccolata. Cento dollari messi in mano. E quell’italiano che sembrava strano, intrinso di parole napoletane conservate come in un barattolo, ferme all’anno in cui erano partite.
Poi un giorno: il 1981. L’anno dopo il terremoto, arriva un ragazzo di diciotto anni che parla soltanto inglese.
In famiglia l’inglese lo parlavano in due: tuo nonno Bruno e zio Natale.
Qualcuno, di là, gli aveva detto: chiama e chiedi di Bruno.
Il telefono squilla. Papà alza la cornetta e risponde: “Speaking.”
Ricordo ancora il sorriso di mio nonno. Annuiva anche quando non aveva capito quasi niente. Qualcuna di quelle parole gli sembrava familiare. Forse lasciata lì dai soldati americani passati durante la guerra.
Quel ragazzo si chiamava Steve. Noi lo abbiamo sempre chiamato Stefano.
Quarant’anni dopo, quel ragazzo è un fantastico marito, attento padre, tenero nonno ed un avvocato importante in America.
Chiami e, dall’altra parte, senti: “Speaking.”
E ti spalanca la casa. E ti apre lo studio e ti lascia assaggiare quello che un giorno potrebbe essere il tuo lavoro.
Poi ti porta a vedere l’America. Ti accompagna a Washington, New York, davanti alla casa dove sei nata. E ti fa conoscere il resto della family.
E ogni tanto mi chiama. Mi racconta dei giorni passati in Italia, di tuo nonno, di tua nonna. Storie che in casa nessuno mi aveva mai raccontato.
Due storie che si intrecciano, che si alternano. Due pellicole sovrapposte: tu che cammini per New York oggi, e mio padre e mia madre che quarant’anni fa aprivano la porta a un ragazzotto di diciotto anni senza chiedersi perché.
Non lo sapevano, allora, che stavano preparando un posto per te.
La generosità a volte prende strade lunghe. Attraversa oceani, cambia lingua, salta due generazioni. E poi bussa alla porta di qualcuno che non c’entra niente e che sei tu.
Un giorno squillerà il telefono e qualcuno chiederà di te.
Rispondi così.
Speaking.
In fondo, il mio lavoro di coach nasce anche da qui: dalle persone, dalle loro storie, dalle scelte che fanno e dalle porte che decidono di attraversare.
Accompagno leader, manager e professionisti nei momenti di cambiamento, crescita e transizione, aiutandoli a fare chiarezza, prendere decisioni e trovare il prossimo passo.
Perché a volte non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica dove andare.
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere meglio la strada.
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