La valigia ritrovata

Il nastro continua a girare quando l’ultima valigia è andata.
Eravate in dodici, poi in cinque. Un uomo con la custodia di un violoncello. Una donna addormentata sui bagagli. Poi, solo tu. E quel rullo meccanico che gira lento, senza portare niente.
Resti più del necessario. Lo fanno tutti.
La mattina dopo, solo un modulo. Un numero di pratica. Una voce rassicurante che ti dice che, di solito, tutto ricompare entro due giorni. Compri uno spazzolino. Un maglione della taglia quasi giusta. Dopo un mese smetti di controllare il telefono. Dopo un anno dimentichi persino cosa c’era dentro.
Nessuno se ne accorge. Nemmeno tu.
Vent’anni dopo, un martedì qualunque, squilla il telefono. Dall’altra parte, una donna dell’aeroporto: «Buongiorno, sono Claudia. Credo di avere qualcosa che le appartiene».
La valigia era rimasta in deposito, dimenticata dietro gli ombrelli degli altri. L’etichetta resiste ancora al tempo, con il tuo nome scritto in una calligrafia che non useresti più.
La apri lì, sul pavimento della cucina.
Dentro ritrovi un vecchio maglione blu, le maniche piegate verso l’interno. Hai smesso di piegarle così tanto tempo fa.
Poi una mappa di Buenos Aires, logorata lungo le pieghe, aperta e richiusa troppe volte prima di partire. C’è una strada cerchiata a matita, senza nessun nome accanto. Sapevi già dove andare.
Spunta anche un quaderno. Sulla prima pagina spicca la lista delle cose che avresti voluto fare una volta arrivata. Alcune sarai riuscita a realizzarle; altre avrai dimenticato di averle mai desiderate. La terza è sbarrata e riscritta subito sotto. L’ultima pagina scritta si interrompe bruscamente con una riga lasciata a metà.
Tra i fogli affiorano parole in spagnolo con la traduzione a margine, e una frase copiata da un libro, sottolineata due volte. Il titolo si è perso nella memoria, ma quelle parole no.
Infine, una rubrica dalla copertina rossa. Alcuni di quei numeri potresti ancora comporli; di altre persone, invece, si è persa ogni traccia. Un nome è segnato solo a matita, quasi lei sapesse che lui non sarebbe rimasto a lungo. I prefissi appartengono a un’epoca che non esiste più. Sulla prima pagina interna compaiono il tuo nome e quel vecchio indirizzo che hai abbandonato da anni, con la dicitura: «Se ritrovata, restituire a…».
Trattieni ogni oggetto tra le mani più a lungo del dovuto, quasi a volerne misurare il peso. Pensi a quella ragazza che cercava la sua strada sulla mappa. A lei che cancellava i suoi piani per poi riscriverli. A come affidava tutto alla carta, convinta che certe cose fossero eterne. Non aveva idea di come sarebbe andato il futuro. Eppure ha chiuso quella valigia ed è partita lo stesso.
Quella ragazza, senza saperlo, ha tracciato la strada per te. Ha avuto così cura di te.
Chiudi la rubrica. Lasci la riga a metà.
E torni a piegare le maniche verso l’interno.
Domande di riflessione
Quale tua vecchia abitudine, come piegare le maniche verso l’interno, vale la pena riprendere?
Qual è la tua “riga lasciata a metà”? Vuoi completarla, o è giusto lasciarla così?
Quale valigia stai chiudendo oggi, senza sapere cosa ti aspetta, per la persona che sarai tra vent’anni?


