Un po' di scompiglio

Napoli. Un treno perso. Tre ore da riempire.
Ho lasciato la valigia al deposito e sono salito verso i Quartieri. Vicoli stretti, panni stesi da un balcone all’altro come festoni senza festa, l’odore del caffè che si azzuffa con quello del fritto. Poi giù, verso il mare, verso Santa Lucia.
Un vecchio se ne stava seduto sulla soglia, con una rete da pesca sulle ginocchia. Mi ha fatto cenno di accomodarmi, con quella confidenza tutta nostra per cui uno sconosciuto è solo un parente che non vedi da tempo. Ci siamo messi a parlare del mare, di storie antiche e di come, con filo, pazienza e un poco di filosofia, si ricuce uno strappo senza buttare via tutto.
Di quel viaggio, alla fine, ricordo solo quelle tre ore.
Noi siamo bravi a fare piani, forse troppo. Ci preoccupiamo di riempire la vita di caselle ordinate. Gli esami, la carriera, le scelte importanti, creando senza accorgercene solo una gabbia comoda.
E invece basterebbe un poco di scompiglio.
Senza la fissa di dover calcolare ogni minuto. Prendere una traversa sconosciuta, scoprire un angolo mai visto, e perdere il treno, qualche volta. Magari per distrazione, o magari per scelta.
Qualcosa arriva sempre, e quasi mai è quello che avevi messo in conto. Spesso è molto meglio.
Un po’ come quella rete, con nodi fatti a mano, uno dopo l'altro, senza un disegno preciso. Eppure reggeva il mare.
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