Kairos & Cronos

Mi squillò il telefono.
Era un amico. Mi chiese se avessi cinque minuti per un caffè.
Ci vedemmo al bar all’angolo, uno di quei posti in cui entri pensando di restare poco. Eravamo in piedi al banco. C’era odore di caffè appena macinato, le tazzine che sbattevano sui piattini, la macchina che soffiava vapore alle sue spalle, mentre la luce chiara tagliava la vetrina.
In quei cinque minuti mi disse che sarebbe partito.
Dall’altra parte del mondo. Per sempre.
Ricordo tutto di quella mattina. Il tono della sua voce. L’improvviso silenzio intorno a me. Il modo in cui, per qualche secondo, mi sembrò che tutto continuasse normalmente mentre qualcosa, dentro di me, si era fermato. Di tutto il resto di quella settimana ho dimenticato quasi tutto.
I greci avevano due parole per indicare il tempo. Chrónos, quello che si conta: le ore, le scadenze, le cose da fare, il tempo che rincorriamo e che passa in fretta.
Poi c’è Kairós.
Il tempo che non si misura perché rimane. È una telefonata inattesa, una mano stretta un po’ più a lungo, un abbraccio sulla porta prima di partire, un temporale guardato con il naso contro il vetro. O l’ultima volta che fai una cosa senza sapere che sarà l’ultima.
Crescendo impariamo a vivere dentro Chrónos. Ma ci sono attimi che sfuggono alle regole, e sono quelli che ci portiamo dentro più a lungo.
Di quella mattina non ho mai saputo quanto durarono davvero quei cinque minuti.
Ricordo solo il caffè che, a un certo punto, non era più caldo.
E noi ancora lì.


